Il Diavolo veste Benetton

Una camicia di colore scuro, sporca di polvere, fotografata tra le macerie. Sul tessuto, l’etichetta verde acceso, inconfondibile: “United Colors of Benetton“, recita la scritta. Dalle macerie del Rana Plaza, il palazzo di otto piani alla periferia di Dacca, in Bangladesh, che lo scorso mercoledì si è sbriciolato uccidendo almeno 381 operai, cominciano ad affiorare le prime verità. Le fabbriche tessili che avevano sede nel palazzo, e i cui dipendenti lavoravano in assenza delle più elementari condizioni di sicurezza, producevano capi di abbigliamento per conto di multinazionali occidentali, tra cui a quanto pare Benetton. L’azienda veneta aveva in un primo primo momento negato legami con i laboratori venuti giù nel crollo, ma lunedì, dopo la pubblicazione delle foto, su Twitter è arrivata una prima ammissione: “Il Gruppo Benetton intende chiarire che nessuna delle società coinvolte è fornitrice di Benetton Group o uno qualsiasi dei suoi marchi. Oltre a ciò, un ordine è stato completato e spedito da uno dei produttori coinvolti diverse settimane prima dell’incidente. Da allora, questo subappaltatore è stato rimosso dalla nostra lista dei fornitori“.

La polvere è ancora sospesa nell’aria, le grida risuonano strazianti, i soccorritori cominciano ad arrivare. Fin dai primi istanti successivi alla tragedia, gli attivisti accorsi a Savar, il sobborgo a 25 km a nord est di Dacca dove sorgeva il palazzo, parlano di capi di abbigliamento prodotti per grandi marchi occidentali rinvenuti tra le macerie ancora fumanti. Tra questi anche articoli firmati dall’azienda di Ponzano Veneto. Che prontamente smentiva: “Riguardo alle tragiche notizie che provengono dal Bangladesh – si legge in una nota diramata il 24 aprile – Benetton Group si trova costretta a precisare che (…) i laboratori coinvolti nel crollo del palazzo di Dacca non collaborano in alcun modo con i marchi del gruppo Benetton”.

Le foto, però, raccontano un’altra verità: scattate e pubblicate dall’Associated Press, ritraggono una camicia di colore scuro griffata Benetton tra i calcinacci, accanto a quello che pare la commessa di un ordine. Non solo: l’agenzia France Press fa sapere di aver ricevuto dalla Federazione operai tessili del Bangladesh documenti contenenti un ordine da circa 30mila pezzi fatto nel settembre 2012 da Benetton alla New Wave Bottoms Ltd, una delle manifatture ingoiate dal crollo. La dicitura “Benetton” appariva anche sul sito internet dell’azienda, all’indirizzo www.newwavebd.com, ma fin dalle ore successive al crollo la pagina non è più accessibile e in rete ne resta solo una copia cache. “Main buyers” (Clienti principali), si legge in alto a sinistra; più in basso, sotto la dicitura “Camicie uomo-donna”, l’elenco degli acquirenti: tra questi, numero 16 della lista, figura “Benetton Asia Pacific Ltd, Honk Kong“.

Nell’elenco altre tre aziende italiane: la Itd Srl, la Pellegrini Aec Srl e la De Blasio Spa, ma non è chiaro se al momento dell’incidente vi fossero ancora rapporti di lavoro in corso. La Pellegrini, anzi, specifica che le ultime commesse con la ditta bengalese risalivano al 2010. Un’altra ditta, Essenza Spa, che produce il marchio Yes-Zee, ha confermato di essersi rifornita al Rana Plaza. Ammissioni sono quasi subito arrivate anche dall’inglese Primark, dalla spagnola Mango (che ha confermato di aver ordinato merce per 25 mila pezzi), mentre France Presse ha rinvenuto indumenti griffati dall’americana Cato. La lista però è molto più lunga: la Clean Clothes Campaign, ong con sede ad Amsterdam, ha fatto sapere che la britannica Bon Marche, la spagnola El Corte Ingles e la canadese Joe Fresh hanno tutte confermato di essere clienti delle manifatture crollate. Un’altra società, l’olandese C&A, ha spiegato a France Press di non avere più rapporti con il Rana Plaza dall’ottobre 2011. L’ultima ad ammettere legami commerciali con il Rana Plaza è stata Benetton, che tuttavia assicura: “Un programma di verifiche a campione controlla in modo continuativo tutta la nostra catena di fornitura globale, per assicurare che tutti i fornitori diretti e indiretti lavorino in conformità con i nostri standard in tema di diritti, lavoro e rispetto ambientale”.

Bassi costi di produzione e pochi obblighi da rispettare: comprare in Bangladesh conviene. In un paese in cui l’industria tessile impiega circa 3 milioni di persone, in prevalenza donne, e crea ricchezza quasi esclusivamente per le multinazionali che comprano a prezzi stracciati i suoi prodotti, lo stipendio medio di un operaio si aggira sui 410 dollari l’anno. Ma le fabbriche della morte non si fermano mai. Secondo una stima dell’International Labor Rights Forum, oltre mille operai tessili hanno perso la vita in Bangladesh dal 2005 in incidenti causati dalle scarse condizioni di sicurezza dei laboratori. L’ultimo episodio a novembre, quando 112 persone morirono nel rogo della Tazreen Fashion Limited, a Dacca. Anche quella fabbrica riforniva aziende italiane.

Modificato da Redazione Web alle 12.09 del 30 aprile 2013

Riceviamo e pubblichiamo:
le scrivo quale amministratore della ditta Pellegrini, da voi mensionata come committente in una della fabbriche crollate . Per vostra conoscenza non abbiamo più rapporti di lavoro con questa azienda dal 2010. Inoltre i nostri rapporti non sono mai stati diretti con la ditta, ma erano tramite altre aziende Bengalesi. Abbiamo chiuso i rapporti con questa azienda da tre anni. Ci stanno arrivando e-mail da parte di varie persona che sono giustamente indignate.

Cordiali saluti

A. Vignolini

Quante cose ci sarebbe da dire sui Benetton, con le loro pubblicità che sono l’esemplificazione migliore del moralismo a-morale moderno. I più grandi propagandisti della confusione razziale, religiosa e morale.

Questo articolo appare sul Fatto il 30 Aprile, e illustra ampiamente l’ipocrisia degli antirazzisti. Loro con l’antirazzismo ci guadagnano.

Interessante anche la smentita di una delle aziende nominate nell’articolo:

Inoltre i nostri rapporti non sono mai stati diretti con la ditta, ma erano tramite altre aziende Bengalesi

Ormai funziona così. Per “deresponsabilizzarsi”, si appalta fuori dall’azienda tutto il possibile. Spesso anche i lavoratori tramite agenzia interinale. E’ il modello del business moderno.
Per fare un esempio piuttosto rozzo: se un’azienda che produceva vestiti prima aveva magari anche un settore interno che si occupava di fare i bottoni, oggi la stessa azienda si rivolge per i bottoni ad un’azienda esterna, che magari a sua volta si rivolge ad un’altra per lo stemma sopra i bottoni. In questo modo, io aziena A, non sono responsabile di quello che fa una qualsiasi azienda nella catena d’approvvigionamento: e se prima non potevo comprimere i costi oltre un certo limite, senza ad esempio violare regole ambientali, oggi posso farlo imponendo i miei prezzi all’azienda dalla quale mi rifornisco. Tanto poi, una volta che la cosa viene scoperta:
i nostri rapporti non sono mai stati diretti con la ditta, ma erano tramite altre aziende Bengalesi

E funziona così in molteplici campi. E’ la Globalizzazione, quel fenomeno al quale dobbiamo adeguarci. Ovvero adeguando i nostri “diritti”, a quelli dei Bengalesi.

Ma non finisce qui. Tutti conoscono l’amore della famiglia Benetton per i “migranti”, e ovviamente questo è un amore disinteressato. Così siamo andati a pescare una dichiarazione di Luciano Benetton mettendola in relazione con questo articolo del Fatto:

Immigrati? ”La scelta da fare e’ tra due due opzioni: o accettiamo che ne arrivino sempre di piu’ o noi portiamo le nostre fabbriche all’estero”. Cosi’ la pensa Luciano Benetton, 67 anni, da 37 a capo di un’impresa familiare, diventata ormai un gruppo internazionale che spazia dal tessile, alla moda, alla finanza, alle telecomunicazioni, i trasporti, la ristorazione. ”Noi Benetton -dice in una intervista con il Mattino di Padova- ad esempio, da quando siamo nati, nel 1965, abbiamo preferito avere le fabbriche la’ dove la gente abitava. All’inizio pensavo addirittura che anche quelli che avevano l’auto dovessere venire a lavorare in bicicletta”. ”Io ho sempre immaginato che un imprenditore deve fare i suoi interessi, guardando da vicino -spiega- al senso della propria attivita’ e al mercato. Ma, nello stesso tempo ho sempre pensato anche che e’ importante non trascurare il resto, cioe’ i risvolti ambientali e sociali del fare impresa’ http://www.vita.it/societa/benetton-senza-immigrati-aziende-lontano-dall-italia.html

Gli immigrati hanno continuato ad arrivare. Ma questo non ha fermato i Benetton dall’andare a produrre in Bangladesh o dall’avere affidato alcune produzioni ad aziende bengalesi. Ma probabilmente il fine ultimo dei Benetton – e degli altri sedicenti imprenditori del nordest – è quello di importare direttamente il Bangladesh in Veneto e nel resto d’Italia. Perché un giorno un bel giornale cattolico come Vita ci dirà che questo è l’unico modo per continuare a produrre in modo economico.

A questo puntano i vari benetton d’Italia. Con la complicità di sindacalisti e politici. A questo noi ci opponiamo.

E al Fatto, che finge di scandalizzarsi, diciamo che non si può fare le vergini dopo aver partecipato ad erigere il bordello nel quale viviamo. Con che faccia, loro che sono contro i dazi doganali e per l’immigrazione, si lamentano degli effetti di quello che propagandano?

Il male ha sempre il vestito buono del moralista. In questo caso firmato Benetton.

5 Comments

  1. Werner maggio 2, 2013 11:22 am  Rispondi

    I Benetton sono tra i maggiori esponenti di quella cricca, di quella élite imprenditoriale e mercenaria che ha in mano l’Italia.

    Sono tra i principali sostenitori finanziari di Berlusconi e del PDL, cosa che gli ha permesso di avere il monopolio delle autostrade, i cui soldi per il pedaggio che paghiamo vanno tutti a loro, e gli Autogrill sono tutti di loro proprietà: signore e signori, questa è la “rivoluzione liberale” berlusconiana, dove in determinati settori, il monopolio appartiene ad un determinato gruppo imprenditoriale.

    Ecco come si spiega questo proliferare di negozietti Benetton nelle nostre città, cosa sulla quale sono secondi solo ai cinesi: risparmiano sui costi di produzione dei loro capi sfruttando i bengalesi, li rivendono ad un prezzo per 100 volte superiore perché sono marchiati “United Colors of Benetton”, hanno quindi ampi margini di guadagno e fanno ciò che gli pare.

    Questa è la mancanza di moralità nel fare impresa figlia della globalizzazione sponsorizzata da queste multinazionali di cui i politici italiani – ma più in generale occidentali – sono servi.

    Sono più che mai fiero di non comprare robe firmate.

    • myra gennaio 19, 2014 4:55 pm  Rispondi

      non fai un gran sacrificio a non comprare la roba di quel beccamorto di benetton, dato che tutta la roba che vendono fa schifo ed è di scarsissima qualità. in più l’accoppiata benetton/oliviero toscani, il fotografo poeta del buonismo da quattro soldi (amate e accudite i vostri fratelli immigrati, tanto a me che cazzo me ne frega, con le pubblicità di merda sono diventato miliardario e i soli immigrati che vedo sono quelli che mi servono a tavola al ristorante in guanti bianchi)…ehhhehh,

  2. Stefano maggio 2, 2013 11:32 am  Rispondi

    Ricordo la famigerata campagna pubblicitaria “United Colors of Benetton” che, nel 1982, cominciò a tempestare il Paese di manifesti che proponevano ogni tipo di mescolanza etnica. Era il fuoco di preparazione dell’offensiva xenofila. Oggi ne raccogliamo i frutti…

    • Marte Ultore maggio 2, 2013 11:53 am  Rispondi

      frutti avvelenati…

  3. Antonella maggio 3, 2013 9:46 pm  Rispondi

    Tanto per restare in tema, Vi ricordate il cavallo nero e il cavallo bianco? Reclame oscena. Ma tutto ciò che fa quesro squaliido personaggio è osceno. Prima di portare tutta la produzione all’estero, questo bravo signore ha fatto fallire e rudurre i miseria tutti i laboratori artigiani veneti che rifinivano la maglieria per la sua azienda, non prima però di aver venduto a questi ultimi macchine da maglieria di ultima generazione che costavano anche fino a 50 milioni di lire. Un vero bastardo, non c’è che dire…

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