Oro in fuga

Altro che presunta “fuga dei cervelli”, la vera fuga dall’Italia è quella dei lingotti d’oro: direzione Svizzera.

E’ quanto emerge, tra le righe, dei dati Istat sul commercio estero. Il 2012 non e’ iniziato nel migliore dei modi per il Made in Italy, le esportazioni ristagnano, ma c’e’ un’eccezione: la fotografia dell’Istat sui flussi commerciali, aggiornati a febbraio, mostra un trend che già era chiaro dall’ultimo trimestre 2011, il boom dell’export di metallo giallo verso la Svizzera. Una voce che fa registrare un’impennata del 109,1% su base annua, trascinando la confederazione al primo posto tra i Paesi in cui le nostre vendite crescono di piu’ (+35,6%). A fare la differenza sono le esportazioni di lingotti, l’ultimo dato dell’Istat sull’oro greggio non monetario parla di un rialzo del 149,8% (gennaio).

Ma cosa sta a significare questo improvviso exploit nelle esportazioni di oro greggio non monetario (definizione tecnica per indicare sostanzialmente i lingotti) a partire da agosto, con un’ulteriore impennata a settembre, confermato nell’ultimo trimentre e ora nei primi mesi del 1012?

Questa è l’interpretazione dell’Ansa:

La crisi morde e le famiglie vendono l’oro di famiglia. E’ quanto emerge, tra le righe, dei dati Istat sul commercio estero. Il 2012 non e’ iniziato nel migliore dei modi per il Made in Italy, le esportazioni non registrano piu’ crescite a doppia cifra e su base mensile a stento si mantengono positive. Ma c’e’ un’eccezione: la fotografia dell’Istat sui flussi commerciali, aggiornati a febbraio, mostra come l’export si salvi soprattutto grazie alle vendite di prodotti in metallo verso la Svizzera. Una voce che fa registrare un’impennata del 109,1% su base annua, trascinando la confederazione al primo posto tra i Paesi in cui le vendite crescono di piu’ (+35,6%). A fare la differenza sono le esportazioni di lingotti, l’ultimo dato dell’Istat sull’oro greggio non monetario parla di un rialzo del 149,8% (gennaio).     Con tutta probabilita’ l’Italia si sta liberando di una quantita’ di metallo prezioso che non puo’ piu’ permettersi. A causa della crisi sta aumentando il numero di coloro che decidono, per fare fronte alle spese quotidiane, di vendere i gioielli di famiglia. Ne e’ una prova il proliferare dei ‘Compro oro’. Collane, anelli, orecchini, orologi e quant’altro in oro viene raccolto deve poi essere trasformato in lingotti che nella gran parte dei casi prendono la strada della Svizzera, considerata un hub internazionale per l’oro.    Infatti, dopo che la trattativa al bancone si e’ conclusa seguono una serie di passaggi, di solito l’oro viene venduto ai Banco Metalli, operatori professionali che ne fanno un lingotto. Un Compro Oro di Milano, la ditta Al Monte, spiega che ”un aumento degli affari si e’ registrato gia’ dalla fine del 2011. Noi acquistiamo l’oro che poi viene mandato in Svizzera per essere fuso”. Il titolare di Comprorodiroma Enrico De Giovanni fa sapere che la sua societa’ ”fa riferimento a un Banco metalli”, in seguito ”l’oro va alle banche e dalle banche va poi all’estero”.    Un’altra spinta all’export dell’oro arriva dai distretti orafi (Valenza, Arezzo, Vicenza), che, duramente colpiti dalla crisi, preferiscono liberarsi di scorte giudicate eccessive. La riduzione dei consumi di oreficeria prosegue ormai da diversi anni e l’aumento delle quotazioni si riflette sui prezzi finali (+25,3% a febbraio) non aiutando la ripresa della domanda. Il settore produttivo non riesce quindi ad assorbire la quantita’ di oro disponibile, sempre piu’ massiccia. E anche se in Italia la richiesta di oro da investimento sta salendo, con un incremento dei privati che detengono lingotti nei caveau, non e’ comunque in grado di assorbire l’eccedenza. Insomma, l’export di oro verso la Svizzera non e’ fatto solo di lingotti trasferiti e depositati negli istituti di credito elvetici, ma arriva anche da famiglie al rosso che monetarizzano i gioielli ereditati e da imprese specializzate nella produzione di alta qualita’ costrette a fare qualche passo indietro.

Non ci convince. Tutto quello che c’è scritto è vero, ma se questo flusso dipendesse dall’oro venduto da famiglie e imprese a causa della situzione economica, avremmo assistito ad un flusso costante a partire, almeno, dal 2010. Invece assistiamo ad un improvviso exploit.

L’interpretazione corretta è che si tratti di investimenti in lingotti d’oro detenuti in Banche italiane che, dopo l’avvitarsi della crisi dell’euro e della possibile (probabile) dissoluzione della moneta unica, cercano riparo in Svizzera. In sostanza, un fiume d’oro alimentato dalle crescenti incertezze sulla tenuta dei conti italiani e dell’intera zona euro, che cerca rifugio nei forzieri elvetici.
Se la nostra supposizione è corretta, e lo è, anche perché corroborata dal parallelo deflusso di capitali, significa che i detentori di ricchezza, probabilmente molti grandi gruppi, vedono ormai l’eurozona destinata al fallimento e quindi abbandonano la nave.
Indovinate chi rimarrà sulla nave? L’unica speranza è buttare a mare il timoniere. Anzi, le decine di timonieri che si litigano i ltimone.

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