Le vittime della Globalizzazione

La Natuzzi, cinque stabilimenti in Italia nel distretto del mobile della Murgia, ha ripensato negli anni il modello di business privilegiando gli stabilimenti esteri (di cui uno in Cina con oltre 4mila operai) per un costo del lavoro più basso e una maggiore vicinanza ai mercati di sbocco.
Rassegnazione, incredulità, malinconia. “Per carità non è colpa di nessuno – dice subito Angela per placare l’affannosa ricerca di responsabilità – ma la verità è che ho solo 41 anni e anche mio marito è in cassa integrazione a zero ore. Con due figli adolescenti la sensazione è che dobbiamo ripensare tutto il nostro modo di vivere”.[nbnote ]http://nuvola.corriere.it/2012/02/25/io-sono-un-numero-senza-futuro-i-cinesi-senza-volerlo-mi-hanno-tolto-il-lavoro/[/nbnote]

Questa è distruzione del nostro tessuto sociale, è la morte della nostra economia nel silenzio colpevole dei Sindacati e di chi, autodefinitosi defensor labor, è invece tra i più attivi smantellatori del nostro sistema produttivo e sociale.
E non è vero che non-ci-sono-colpevoli, come, in un esempio di sindrome di stoccoloma dice la signora. I colpevoli ci sono, e sono tutti quei farabutti che hanno spalancato il nostro mercato ai prodotti e alla concorrenza, non solo sleale, ma delinquenziale e schiavile della Cina e di altri paesi simili. Quanti soldi hanno preso, Prodi, responsabile primo dell’accesso cinese ai nostri mercati quando era Presidente della Commissione Ue? E quanti finanziamenti hanno e ricevono, i Sindacalisti per tacere dinanzi all’unico, vero nemico dei lavoratori italiani ed europei, la Globalizzazione generatrice di manodopera a basso costo?
La realtà è che stiamo assistendo allo smantellamento, pezzo per pezzo, di intere filiere produttive nel silenzio e, peggio, nella complicità dei media.
Qualcuno ci domanda: ma se la Globalizzazione e la concorrenza cinese sono nefaste, come mai i giornali non ne parlano?
Perché sono nefaste per il Paese in generale, per i lavoratori e i piccoli imprenditori, ma sono tremendamente e oscenamente profittevoli per le grandi multinazionali e i Marchionne. E siccome i giornali e i media sono “roba loro”, allora la Globalizzazione è buona e la Cina un’opportunità.
La crisi attuale, lo Spread, i debiti degli stati, il tracollo dei mutui subprime: non sono “il problema“, sono solamente la manifestazione del problema. Sono alcuni aspetti di una crisi molto più profonda. Sono le lievi scosse che scuotono il sottosuolo prima della Grande Eruzione.
E qual’è “il problema”?
E’ la stessa struttura della Globalizzazione. Che genera continue crisi, perché intrinsecamente instabile.
L’Occidente, tutto l’Occidente, si sta impoverendo: in Cina produrre costa 1, perché non ci sono stipendi normali da pagare, perché gli orari sono schiavili e le condizioni di lavoro pure. Perché non è necessario spendere per non inquinare, e perché non esistono i contributi pensionistici. Perché quando l’operaio non ti serve più, semplicemente lo butti via, come uno dei tanti macchinari. E’ questa la concorrenza che dovremmo “rincorrere”, secondo i sacerdoti del liberismo Monti e Marchionne?

Degli oltre tremila dipendenti italiani, circa 1.800 godono di una forma di ammortizzatore sociale e ulteriori 1.100 hanno deciso di abbandonare negli anni le sorti di un gruppo che – accusano i sindacati – starebbe progressivamente dismettendo la produzione nel nostro Paese.
A Santeramo nel barese (al confine con la Basilicata) – quartier generale della Natuzzi – il 70% delle famiglie ha almeno un parente che ha lavorato qui, legando di fatto i destini della comunità a quelli societari.

E’ un circolo vizioso, perché se va in Cina l’Ikea e noi le apriamo i nostri mercati, poi, una ad una, anche le nostre aziende sono “costrette” a seguirne l’esempio. Finché rimarrà il deserto.
Eppure basterebbe un semplice, unico atto: chi produce in Cina, a parte materiale grezzo, non può vendere in Europa se non, dietro il pagamento di un dazio che riequilibri i costi ad un livello europeo.
Ma finché i Marchionne potranno andare là a produrre e venire qui, a vendere, non c’è alcuna speranza. Perché strangoleranno i piccoli imprenditori e milioni di operai. Perché anche le grandi imprese legate al territorio, saranno costrette a “migrare”. Questa è la Globalizzazione, non altro.

“Ad un tratto mi sono accorta – prosegue Angela – che era diventata una guerra tra poveri. Siamo stati messi l’uno contro l’altro e l’azienda ha fatto le sue scelte decidendo chi tenere e chi lasciare a casa”. Le motivazioni sono essenzialmente due: il lavoro nero e le retribuzioni degli operai cinesi.
“Qui nella Murgia è pieno di piccole e medie imprese dell’arredo che per restare sul mercato hanno puntato sul lavoro in nero. Prima vivevano grazie alle forniture richieste dalla Natuzzi, poi sono scesi sensibilmente i volumi e c’è stata una corsa al ribasso dei diritti sindacali. Il contratto in regola è ormai un’eccezione e non ci sono alternative se vuoi continuare a mangiare”.

E con un’impresa strategica, sparisce tutto l’indotto che la serve, rendendo impossibile anche ad un’industria che volesse rimanere, avvalersi di un humus industriale che le permetta di produrre.
Fino agli anni ’90 Apple produceva il 90% dei suoi prodotti in California o in Usa, oggi non vi produce più nemmeno l’1%. Questo è avvenuto per motivi di costi, ma anche perché i produttori di schermi, di chip e di altri parti elettroniche necessarie allo sviluppo dei propri dispositivi, hanno tutti delocalizzato in Asia.
Poi, insieme alla delocalizzazione e alla concorrenza estera, i genii della Politica hanno introdotto anche quella interna con i “disperati” dell’immigrazione. E così il mercato del lavoro si sta avvitando in un degrado senza fine e sbocchi.
Il silenzio e la complicità dei Sindacati e dei politici che dovrebbero difendere i lavoratori, è qualcosa di imbarazzante. Si preferisce coccolare le minoranze sessuali e etniche, invece di occuparsi della propria gente. Non più marce dei lavoratori, ma gay-pride carnevaleschi.

Senza contare la competizione degli operai in Cina: “Non è colpa loro – si affretta a dire Angela – ma è ovvio che il problema è culturale, perché ignorano le nostre forme di protezione sociale.

I lavoratori hanno subito dai media, un lavaggio del cervello talmente “profondo”, che quasi si scusano di quello che dicono. E’ il clima del terrore del “politicamente corretto”.

Quello che più mi spaventa non è la mia condizione attuale, quanto quella dei miei figli: non hanno alternative se non quella di andare via da qui”.

Andare dove? In America, per la prima volta, e come accade in Italia, i figli guadagnano meno, molto meno dei genitori. E già i loro genitori, stavano guadagnando meno dei loro padri.
Questo declino del “potere d’acquisto”, inizia dai primi anni ’90 e ha radici ancora antecedenti: inizia con i primi passi della Globalizzazione e dell’immigrazione. E’ stato mascherato negli anni, con la rincorsa al debito e, la sostituzione della parte mancante di “ricchezza”, con il ricorso all’indebitamento da parte delle famiglie occidentali o degli Stati. E’ essenzialmente questo che riposa all’origine dei problemi odierni.
Subprime, Spread, Debito pubblico e privato, non sono “l’assassinO”, sono le tracce che l’assassino ha lasciato sul luogo del delitto. L’assassino è la liberalizzazione dei mercati e delle frontiere. E’ la Globalizzazione.

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1 comment

  1. leonardo marzo 1, 2012 4:39 pm  Rispondi

    quando pochi anni fa si sono riuniti i capi di governo europei ( presente il berlusca) per parlare di clima e trattato di Kioto sarebbe bastato, invece di cambiare i parametri sull’inquinamento che altrimenti avrebbero fatto lievitare i costi di produzione nel vecchio continente, che fosse presa la decisione di vietare la vendita su tutto il territorio europeo dei prodotti (qualsiasi prodotto e/o materia prima) provenienti da paesi che non attuavano le direttive del protocollo di Kioto.
    Ci hanno massacrato con la mano d’opera infantile della Nike o della Reebook ( perchè colpiva solo la piccola Korea ) ma sul clima hanno deciso che possiamo iquinare di più anche noi pur di non toccare gli interessi del colosso Cina

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