Il Piave è tornato a mormorare

Oggi è il 4 Novembre. Onoriamo i morti. Onoriamo chi per noi ha combattuto ed è morto. Onoriamo 654mila italiani che andarono a morire per la loro terra: partirono, da nord e da sud, per andare a difendere i confini orientali dell’Italia.

Perché il sogno di una patria unica per tutti gli italiani, che aveva radici tanto profonde da essere tenuto vivo per oltre mille e cinquecento anni dopo la caduta di Roma, prendesse vita. Diedero le loro vite, perché l’Italia vivesse. E altri 451.645, furono i feriti e i mutilati. Tutto perché sentivano di essere parte di qualcosa: una terra, un sangue, un popolo.

Fu una guerra di Eroi e di Tragedia. Fu la guerra di Caporetto e del Piave. Poi, dopo la vittoria, pagata col sangue, vennero i traditori, venne la vittoria mutilata e la solita cagna politica.

Se la Seconda Guerra Mondiale è stata la guerra peggiore per i civili, la Prima, lo è stata per i soldati. Una terribile mattanza. E oggi ci chiediamo: è servita a qualcosa?

L’anno scorso, celebrando questo stesso giorno, scrivemmo e ci chiedemmmo:

E’ servita a qualcosa, se oggi chi, senza vergogna, si presenta davanti a quei monumenti che celebrano l’eroismo dei caduti, concepisce la nazione come un qualcosa di transitorio e dinamico: dove l’essere italiani non è, sangue, ma mera e casuale residenza geografica?

Sono servite a qualcosa, quelle morti, se oggi i nostri militari, invece di difenderla, umiliano la Patria per qualche euro di missione in più oltre le acque territoriali? Sono servite a qualcosa, se oggi si vieta di onorarne la memoria in chiesa, per non ‘turbare’ giovani coloni islamici? Se gli invasori vengono definiti ‘profughi’. Se i prefetti requisiscono hotel per ospitarli. Se qualche decina di pervertiti sessuali li accoglie come i servi accolgono i padroni?

Quale sia il degrado in cui versa la Nazione oggi, lo vediamo bene dal degradante dibattito sullo ius soli. Davanti all’invasione, invece di serrare le fila, questi depravati ci chiedono di aprire le gambe. Davanti all’invasione, oggi come allora, c’è chi sussurra la resa.

E torna la domanda: sono serviti, tutti quei morti? Se sono serviti, dipenderà da noi. Da quello che saremo pronti a fare per non tradirli. E quello che tutti quei morti ci dicono, è che l’Italia è nostra. Non è, di tutti o una semplice espressione geografica. E’ nostra. Degli italiani.

Non è uno Stato che elegge i propri cittadini: è una terra, un sangue, un popolo.

Oggi come allora verranno i traditori. Siamo circondati da spregevoli traditori. Ma abbiamo un vantaggio: noi siamo pronti a tutto, loro no.

E ora ricordiamo, con l’ultimo bollettino di guerra, nel quale il Generale Diaz proclamò la Vittoria. Dopo anni di guerra e tanti, troppi morti, era finita. E si era vinto. Immaginate l’emozione di chi sentì quelle parole, di chi aveva combattuto, di chi aveva figli, mariti, fidanzati al fronte. Di chi non li aveva più. Immaginate l’emozione di una Nazione intera.

Tutte cose perdute, nell’Italia di oggi. Dove l’onore è un difetto, dove difendere la propria terra è razzismo. E dove la propaganda vuole togliere dai nostri cuori e dalle nostre menti, l’identità. Chi siamo. Il loro incubo peggiore, è che l’italiano ricordi chi è. Che il Piave torni a mormorare.

E dopo un anno, nel 2018, nel centenario di quella Grande Vittoria. Cento anni dopo quel Grande Sacrificio di Eroi, possiamo dire che il Piave è tornato a mormorare.

Possiamo dire che si, è valsa la pena quel grande sacrificio di eroi. Per la prima volta, possiamo guardare al 4 marzo e dire sì.

Oggi li Piave mormora nei porti chiusi. Nelle navi delle Ong respinte. E domani, ne siamo certi, negli aerei che riporteranno a casa migliaia di fottuti clandestini

Dopo anni di Caporetto, abbiamo un governo che difende i confini. Abbiamo Salvini, che sta ricostruendo quella frontiera dove fino a ieri sventolavano le bandiere bianche del Pd.

Ora, su quella frontiera è tornato a sventolare il Tricolore. Quell’orgoglio che non si era mai perso, ma che i governi abusivi avevano umiliato.

Sono cento anni, ragazzi del ’18, che voi siete morti perché noi, oggi, potessimo vivere da italiani. E noi dobbiamo essere pronti a morire perché il vostro sacrificio non sia stato vano.

Non esiste nulla, di più importante del sangue. Di quello versato e di quello che scorre nelle nostre vene. Nulla ci unisce più di questo. Quando vi dicono che dovete accettare la società multietnica. Che dovete accettare che un non italiano diventi tale per un pezzo di carta, pensate ai ragazzi del ’18, e fate sentire ai traditori l’urlo del sangue: è il Piave che mormora ancora.


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