Atto di accusa ai magistrati xenofili

BARI, 01/08/2012 – Pene troppo miti. Sospensione della pena applicata con «troppa facilità» e «abuso degli arresti domiciliari» concessi anche ai criminali stranieri che non hanno una fissa dimora.  È questo, in sintesi, l’attacco («giustizia sospesa») del sindacato autonomo di polizia (Sap) ai giudici baresi ai quali viene chiesta l’applicazione di pene molto più severe, così come previsto dal codice penale. «Succede che ai problemi di micro e macrocriminalità – spiega John Battista, segretario provinciale del Sap – si sono aggiunti quelli causati dalla presenza sul nostro territorio di numerosissimi stranieri che non svolgono alcuna lecita attività lavorativa ma sono dediti, anche in maniera organizzata a furti, rapine ed estorsioni. Ma dopo gli arresti, che spesso avvengono in flagranza, non seguono condanne abbastanza pesanti da scoraggiare la reiterazione dei reati. Gli arrestati vengono condannati a pene miti (uno o due anni) spesso con la sospensione o addirittura vengono concessi gli arresti domiciliari. Così il giorno dopo sono già fuori». È il caso ad esempio di un romeno 29enne, che il 7 aprile è stato arrestato dalla polizia per furto in appartamento ed è stato condannato ad un anno con pena sospesa. Poche settimane dopo è tornato a rubare nelle case dei baresi, è stato nuovamente arrestato ed la condanna questa volta è stata di due anni, sempre con pena sospesa. Il risultato è che quel romeno – fanno sapere dal sindacato – circola libero tra le vie di Bari e forse tornerà ancora a delinquere. «Casi come questo sono sempre più frequenti – aggiunge il sindacalista – le pene sono troppo leggere e la sospensione della pena o la concessione degli arresti domiciliari vanificano il nostro lavoro e quel po’ che è stato loro inflitto. Nel frattempo le associazioni dei commercianti, ad esempio, reclamano l’aumento di furti, scippi e rapine e chiedono alla polizia maggiore prevenzione e qualcuno pensa di risolvere i problemi della propria città – aggiunge – con l’impiego di poliziotti che non hanno legami con il nostro territorio».

Ma c’è di più. Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali della polizia a carico di criminali stranieri dediti ai furti in appartamento vien fuori che si fanno beffa del nostro sistema giudiziario. «È proprio così – incalza Battista – nelle conversazioni dicono che è meglio venire qui a delinquere perché finire in galera è molto difficile». Da mesi la polizia – secondo indiscrezioni investigative – sta indagando su una banda di romeni specializzati nei furti in appartamento sia a Bari che in provincia: qualcuno di questi delinquenti, a quanto pare, è stato catturato (spesso in flagranza) ma è subito ritornato in libertà. «La prevenzione da sola non basta – spiega Battista – se non è supportata anche dalla forza dissuasiva data dalla certezza della pena e questo è un problema di tutti i cittadini. Il sindacato ha deciso di scendere in campo perché la criminalità sta crescendo, le risposte sono inefficaci e la stessa economia è gravemente danneggiata. Questo pregiudica l’iniziativa imprenditoriale e di conseguenza la possibilità di occupazione. È un problema di tutti e siamo convinti che la forza dell’opinione pubblica sia indispensabile per mettere in moto di nuovo quei meccanismi e quelle sinergie necessari a dare una risposta concreta all’avanzata della microcriminalità».

Quello del sindacato dei poliziotti è un vero e proprio atto di accusa  nei confronti dei magistrati, quelli dall’animo sensibile sempre pronti a commuoversi dinanzi al povero migrante criminale. L’accusa è limpida e circostanziata: Xenofilia. Lo si evince chiaramente dal fatto che i poliziotti non si siano espressi in termini generali ma abbiano fatto specifico riferimento ai delinquenti stranieri che arrivano in Italia attirati dal buonismo del sistema giudiziario, che non garantisce la certezza della pena. In sostanza, i magistrati, sono accusati di essere troppo buoni con i criminali immigrati, cosa che crea inevitabilmente gravissimi problemi di ordine pubblico. I poliziotti hanno descritto chiaramente la reale situazione della sicurezza nell’Italia post-immigrazione, attribuendo precise responsabilità ai magistrati. Si tratta di considerazioni che, per quanto ci riguarda, abbiamo fatto da molto tempo e siamo orgogliosi che le forze dell’ordine abbiano avuto il coraggio di esporle ai magistrati.

Per completezza d’informazione riportiamo anche la risposta, piuttosto sconcertante, data dai magistrati affetti da xenofilia. In sostanza hanno accusato i poliziotti di non conoscere le leggi e di essere quindi degli ignoranti di diritto. Ovviamente l’accusa è infondata in quanto, come tutti sanno, gli appartenenti alle forze dell’ordine possiedono una conoscenza specifica di questi argomenti, indispensabile per svolgere al meglio il proprio lavoro. Vi ricorda qualcosa questo tipo di atteggiamento? Qual è la risposta che viene data ai patrioti che, con obiettività e in maniera circostanziata, dimostrano che l’immigrazione è negativa? Siete ignoranti! Ecco la stessa identica risposta hanno dato i magistrati accusati di xenofilia. Abbiamo avuto la conferma che, quando si è consapevoli di essere dalla parte del torto, si tende a reagire in maniera isterica ed offensiva. Leggere per credere.

BARI –  All’appello del Sap ai giudici affinché le pene siano più pesanti risponde Salvatore Casciaro, presidente della giunta distrettuale dell’Anm di Bari. E attacca la nota del sindacato: «Si tratta di un documento per lo meno poco informato. Traendo spunto da un episodio ove alcuni stranieri arrestati in flagranza di reato sarebbero stati condannati ma con pena sospesa si fa incongruo riferimento al principio di «certezza della pena», ma il caso in questione non ha nulla a che vedere con tale principio e riguarda – più propriamente- l’applicazione delle misure cautelari per soggetti per i quali opera, in forza dell’articolo 27 della costituzione, la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva. Quindi parrebbe (quello del Sap) – aggiunge il magistrato – un appello all’applicazione di pene più severe, con maggior uso della custodia carceraria da parte dei giudici, e ciò come se in Italia (o in Puglia) ve ne fosse poca». Il dato è smentito nei fatti». In merito alle custodie cautelari in carcere e al sovraffollamento negli istituti di pena spiega che «su scala nazionale, i detenuti al 30 novembre 2009 erano 67.428 di cui 37.213 con condanna definitiva, ció che determina un record assoluto a livello europeo sia di detenuti in attesa di giudizio che di sovraffollamento carcerario.

In merito al sovraffollamento, si consideri poi che, alla stessa data la popolazione nella casa circondariale di Bari era di 601 detenuti a fronte dei 256 regolamentari e dei 369 tollerabili, con altissima percentuale di detenuti in attesa di giudizio». Sull’aumento dei reati come furti e rapine spiega che « i problemi legati al proliferare della criminalità diffusa meritano una riflessione seria con il concorso responsabile di tutti gli operatori, ed è quindi del tutto inopportuno abbandonarsi, a riguardo, a giudizi sommari ed eccessivamente semplificati». «La sospensione della pena è obbligatoria per legge e ci sono reati che prevedono pene miti e gli arresti domiciliari, come il legislatore prevede, vengono applicati anche per far fronte al sovraffomento delle carceri» spiega infine Marco Guida, noto giudice barese.

Cerchiamo di capire meglio come stanno realmente le cose. Innanzitutto occore premettere che è proprio  il principio della presunzione di innocenza  ex art. 27 della Costituzione (“L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.”) a non avere nulla a che vedere con l’applicazione delle misure cautelari, che infatti sono previste anche per i soggetti in attesa di giudizio. O meglio, il legislatore ha cercato un compromesso tra l’esigenza di “custodire in carcere” l’imputato e il principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. E lo ha fatto creando una serie di garanzie finalizzate ad evitare il pericolo di tenere in carcere un qualcuno che potrebbe, poi, risultare innocente. Anche per il soggetto che si trova in tale condizione vale il principio di cui sopra, fino ad eventuale sentenza di condanna definitiva. Per intenderci, anche il carcerato in attesa di giudizio è presunto innocente. La custodia cautelare non implica una presunzione di colpevolezza del “custodito”, serve solo ad evitare l’inquinamento delle prove, la fuga o la reiterazione del reato. E ciò in attesa della sentenza definitiva, quella che appunto stabilirà se l’imputato è colpevole o innocente. Le due cose non sono alternative tra loro, altrimenti il legislatore avrebbe proibito tout court l’istituto della custodia cautelare preventiva in carcere. L’episodio dei romeni è invece molto significativo, in quanto questi soggetti hanno commesso gli stessi reati in maniera ripetuta e, a norma dell’articolo 274 del codice di procedura penale, quando vi è il pericolo di reiterazione del reato il giudice deve disporre la custodia cautelare in carcere, anche in assenza di condanna definitiva. Il codice prevede ex art. 273 c.p.p, come condizione generale per l’applicazione di misure cautelari, che sussistano “gravi indizi di colpevolezza”, indizi appunto non prove e tali indizi possono anche essere smentiti da ulteriori elementi che farebbero dunque venir meno l’esigenza cautelare (gravi indizi che mi pare ci fossero tutti nel caso dei romeni arrestati in flagranza di reato), e che vi sia una delle tre famose esigenze cautelari ex art. 274 c.p.p (pericolo di inquinamento delle prove, pericolo di fuga, pericolo di reiterazione del reato, appunto; nel caso dei romeni mi pare ve ne siano più d’una). La legge,poi, si limita solo a stabilire, per ogni fase del processo, un termine massimo oltre il quale tale custodia preventiva non può estendersi per evitare carcerazioni sine die o abusi. Inoltre, per il furto in appartamento è prevista la reclusione da uno a sei anni, quindi si rientra perfettamente nella condizione richiesta dall’art 274 c.p.p per applicare la custodia cautelare in relazione al pericolo di reiterazione del reato (“Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni”). Comprendiamo bene che discutere di norme procedurali avrebbe comportato un certo imbarazzo e quindi si è preferito, per togliersi dall’impiccio, spostare l’attenzione su norme astratte (come l’articolo della Cost. relativo al principio della presunzione di innocenza) e su dati statistici, relativi al sovraffollamento delle carceri, di cui non si comprende l’attinenza con la questione sollevata. Inoltre, questi magistrati xenofili, si sono contraddetti da soli; prima hanno ipotizzato l’inapplicabilità delle misure cautelari in virtù della presunzione di innocenza e poi hanno messo in evidenza l’enorme numero di soggetti in carcere in attesa di giudizio, quindi presunti innocenti. Cari magistrati, quei romeni dovevano essere tenuti in carcere a norma di legge.  Quelli poco informati forse non sono i poliziotti, ma voi. Oppure, cosa più probabile, siete informati ma prevale comunque la vostra palese xenofilia.


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