Fermate i Magistrati

Commissariare la divisione operativa dell’Eni in Kazakhstan, Agip Kco, o in alternativa vietarle di proseguire a negoziare contratti in Kazakhstan nel più grande giacimento petrolifero degli ultimi 30 anni: la Procura lo chiede al Tribunale di Milano perché almeno 20 milioni di dollari di tangenti Eni avrebbero carburato la prima fase (sino al 2007) dell’investimento, arrivando a corrompere il genero del presidente della Repubblica kazaka Nursultan Nazarbayev, Timur Kulibayev, già presidente dell’ente petrolifero statale e del fondo sovrano di Astana, visitata un mese fa dal premier Monti per «colloqui significativi» proprio sui temi dell’energia. Secondo quanto notificato all’amministratore delegato Eni Paolo Scaroni, non indagato come persona fisica, è questa la «misura interdittiva» che il pm Fabio De Pasquale chiede alla giudice Alfonsa Ferraro di emettere (in udienza il 29 maggio) nei confronti dell’Eni, indagata come persona giuridica per «corruzione internazionale» in base alla legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti per reati commessi dai dirigenti nell’interesse aziendale. Eni, che sino alla nomina a ministro della Giustizia era difesa dall’avvocato Paola Severino, ha nominato il capo degli affari legali Massimo Mantovani e il professor Francesco Centonze (ex studio Severino) come legali in questo filone d’inchiesta che conta tre indagati, tra Guido Michelotti di Agip Kco. La Gdf ha nel contempo eseguito alcune perquisizioni.

L’Eni è il braccio energetico dell’Italia. Un gioiello.
Un’azienda strategicamente fondamentale per l’approvigionamento energetico del Paese, soprattutto in una fase delicata come l’attuale, e vista la totale dipendenza italiana dai combustibili fossili e dal gas.
Nella corsa all’approvigionamento di energia, nel duro scontro internazionale per accaparrarsi i migliori giacimenti, l’Eni, secondo i magistrati, avrebbe pagato delle tangenti ad un governo straniero, quello del Kazakhistan.
Mettere in piedi un’indagine del genere è puro autolesionismo nazionale: i magistrati devono occuparsi di eventuali danni che possono essere arrecati all’Italia, e non, perseguire i benefici che il Paese nel suo insieme può trarre.
Il pagamento della tangente, è un problema Kazakho, non italiano. Dovrebbe essere la magistratura di quel paese, ad indagare eventuali danni subiti, non quella del nostro paese. Se un imprenditore estero, pagasse una tangente al nostro governo per aggiudicarsi l’utilizzo esclusivo di un bene pubblico, la Magistratura dovrebbe indagare, ma se un imprenditore italiano, pagando una tangente ad un governo straniero, riesce ad aggiudicarsi l’uso esclusivo di un giacimento petrolifero che, oltretutto, sarà di beneficio all’Italia nel suo insieme, che senso ha, perseguire ed indagare la vicenda? Ha solo il senso autolesionistico di chi segue, non il bene del proprio popolo, ma un’astratta idea di “legalità” che ha una sua validità in ambito nazionale, e non internazionale.
Là fuori, cari magistrati, è una giungla. La politica energetica globale è un mondo senza esclusione di colpi, è una guerra. Con le vostre paradossali inchieste e la vostra mania di protagosimo, costringete l’Italia, e l’Eni che ne è il “braccio” energetico, a combatterla con una mano legata dietro la schiena.

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