Dopo mesi di trattative, polemiche, annunci e smentite, alla fine il Comune di Milano ha partorito il nuovo piano moschee. E questa sembra la principale novità: non più una sola grande moschea, bensì una decina di piccoli centri.
La decisione è giunta dopo una serie di incontri tra le principali associazioni islamiche presenti nel capoluogo lombardo e Palazzo Marino. Pare dunque accantonato definitivamente il progetto di una grande moschea milanese, sulla falsariga di quella già presente a Roma.
Come riporta il dorso milanese del Corriere della Sera, Palazzo Marino “ha deciso di regolarizzare i piccoli luoghi di culto islamici già presenti in città. Significa che in un futuro non lontano (la speranza dell’amministrazione è che si riesca a chiudere in qualche mese) Milano avrà le sue dieci piccole moschee”.
Per quanto riguarda l’unica vera e propria moschea milanese, quella di Segrate, secondo l’articolo del quotidiano di via Solferino, questa “non sarà ingrandita, né diventerà la principale”, mentre l’Isituto culturale islamico di viale Jenner sarà il nodo più complicato da sciogliere. Insomma, il dossier del Comune è pronto. Adesso la decisione spetta alla Giunta.
Come faccio, avrà pensato l’errabondo Pisapia, di ritorno dalla lussuosa ma “democratica” vacanza in Thailandia, ad accontentare tutti quei cittadini milanesi che, ogni giorno, tremano all’idea di “non avere”, anche loro, una bella Moschea vicino casa?
Come posso deludere le loro giuste e multiculturali aspirazioni, costruendo una sola, grande Moschea?
Poi d’improvviso l’illuminazione: dieci piccole Moschee!
La Moschea di quartiere
E così, dopo il Vigile di quartiere, il Poliziotto di quartiere e lo spacciatore di quartiere, ecco a voi, la “Moschea di quartiere”.
Il problema di milano non sono mica i luoghi degradati da bonificare, gli spacciatori e gli stupratori agli angoli delle strade. Non sono gli scippatori maghrebini che riducono in fin di vita le donne in bicicletta, no, l’emergenza è “dieci piccole Moschee”!.
Perché sarebbe troppo poco, rovinare l’identità di un luogo “limitato”, il “tumore” deve essere sparso il più possibile per distruggere il tessuto sociale e renderlo, più consono, ai dettami nichilisti della modernità vendoliana.
