La protesta dei “forconi” dilaga in tutta Italia.
E’ il primo sfavillio di un malessere diffuso; e potrebbe essere la scintilla di un grande incendio di rivolta popolare.
Non è il classico movimento antagonista stile anni ’60, di studentelli figli di papà; e nemmeno, un sindacato irregimentato in sterili e vuote “liturgie”.
Per questo fa paura al Potere, perché non è convogliabile nei vecchi argini protestatari che servono a “convogliare” la rabbia diffusa e, a non cambiare nulla.
E’ invece paragonabile a quei moti contadini e popolari che incendiavano l’Europa, e soprattutto la Francia del diciottesimo secolo. E a loro volta, quei moti, ricordavano da vicino le rivolte contadine che scossero l’Impero Romano, nel meriggio della sua Storia.
Qui non siamo. davanti all’insensato vuoto interiore e al malessere esistenziale di gente che non ha mai lavorato, e che protesta, senza sapere contro cosa, protesta. No, in quelle strade, in quelle campagne assediate dalle periferie, c’è l’Italia profonda.
L’Italia che è stretta tra l’arroganza dell’Oligarchia e la concorrenza sleale degli immigrati, gli schiavi dell’Oligarchia.
Un’Italia ostaggio dello sfruttamento da parte dei super-ricchi e, abbandonata, in quartieri “aggrediti” dall’immigrazione portatrice di degrado.
Una cosa accomuna Oligarchi e immigrati: entrambi, sono parassiti della società italiana.
Prendiamo gli autotrasportatori, stretti tra le accise montiane sul carburante e la concorrenza dei camionisti romeni. O i tassisti, che gli Oligarchi vorrebbero tramutare in impiegati stranieri low-cost, di Coop e multinazionali. Non possiamo che essere con loro.
Qui, non ci sono gli “indignati”, scioltisi come neve al primo sole di Marzo.
Certo, anche gli “indignati” rappresentano (anche se in grandissima parte pilotato dalla stessa Oligarchia) un malessere, ma un malessere privo di sostanza: più psichico che “fisico”.
Questo barlume di rivolta, non ha parentele con i movimenti protestatari “moderni”: è totalmente pre-moderno. Affonda le proprie radici nella tradizione, e non importa che i suoi appartenenti ne siano “inconsapevoli”; i “rivoltosi” (un’accezione che preferiamo a “rivoluzionari” e che definisce un qualcosa di più “istintivo”, invece che “programmato”) combattono, sono poi gli storici a definirne la genesi e le idealità.
E’ il tempo della Rivolta. Quello che ci sentiamo di dire a tutti i “rivoltosi” è: non bloccate le strade, il nemico è nei Palazzi. Non bloccate la vita dei vostri fratelli, il nemico è nei Campi Nomadi.
E il Nemico, il Tiranno moderno, il Luigi XVI del tempo che viviamo, è sul colle più alto di Roma: andiamo a prenderlo con i Forconi.