L’uomo, il cervello dell’uomo, si è evoluto in un ambiente dove dominavano le “medie dimensioni”, i piccoli numeri.
La nostra storia evolutiva, nella quale la percezione che abbiamo del mondo si è formata, ha avuto il suo sviluppo decisivo in un ambiente sociale di pochi individui.
Questo è il motivo che rende la nostra mente “inadatta” nel nuovo mondo globalizzato, un mondo nel quale è sommersa da una mole eccessiva di informazioni tra le quali, è sempre più difficile separare le fondamentali dal rumore di fondo.
Quando il nostro modo di comprendere il mondo si è cristallizzato, lo ha fatto in un’epoca pre-storica, dove le informazioni tra le quali scegliere erano poche e riferite ai soli componenti del nostro gruppo con i quali eravamo in contatto diretto.
Gli studi antropologici ci mostrano come, il nostro cervello e la nostra capacità di socializzazione siano limitati nell’ambito di un gruppo ristretto di non più di qualche decina di individui. Che è poi il numero del gruppo(tribù), nel quale i nostri antenati hanno compiuto il salto evolutivo.
E’ essenzialmente questo, il motivo che ci rende “difficile” piangere per le morti di massa, dove sono implicati numeri che non riusciamo a connettere con la nostra idea di “realtà personale”, e invece piangiamo e sentiamo la sofferenza, quando siamo davanti ad un dramma individuale. Quando vengono fuori le storie personali, il bambino annegato e la madre disperata, l’amante che non trova l’amata dispersa, allora sentiamo l’empatia dell’uomo verso l’uomo. Quell’empatia che invece è solo superficiale, in un certo senso “artificiale”(ce la imponiamo, perché sappiamo razionalmente di “doverla” provare, ma non la sentiamo), davanti a migliaia di morti, perchè come se guardassimo un enorme quadro da lontano: è tutto confuso, impersonale. Come se non vedessimo i tratti, solo un rumore di fondo incomprensibile.
Questa è una riflessione sull’empatia, una breve viaggio per comprendere chi siamo e perché siamo.
E quello che siamo, è diretta conseguenza dell’ambiente nel quale i nostri avi vivevano e si sono evoluti: oggi, se la morte di un solo bambino ci fa soffrire molto di più, di quella di migliaia di persone, è perché la nostra mente è il frutto di migliaia di anni vissuti in contatto con un numero ristretto di individui.
Per questo, riusciamo a cogliere la sofferenza dei singoli componenti di una massa, ma abbiamo molta più difficoltà, nel cogliere quella della “massa” nel suo complesso.
Per questo, davanti alle grandi catastrofi, la nostra attenzione viene attratta dalle singole storie personali. E per questo, una morte che ci viene narrata, la sentiamo più nel profondo, delle migliaia di morti sconosciute. E questo, anche se ne comprendiamo l’irrazionalità.
Ma l’uomo, che è a immagine e somiglianza di Dio, non può non essere irrazionale. Perché un Dio che ha creato questo mondo, è l’essere irrazionale per eccellenza.