Il modello economico al quale chi scrive fa riferimento, è la piccola proprietà e la piccola impresa. Sia questa un negozio, un’attività commerciale o manifatturiera. Il nostro riferimento sociale non è né liberista né marxiano, ma discende dall’idea di società che già in epoca repubblicana ferveva nel campo dei populares.
I Gracchi compresero, con la loro difesa della piccolissima proprietà contadina contro il latifondismo basato sul lavoro schiavile che, l’intera società romano-italica poggiava le proprie basi sul legame diretto cittadino-proprietà, e che distruggere i piccoli agricoltori mettendoli in concorrenza con gli schiavi, avrebbe, non solo colpito il nerbo dell’esercito (costituito dagli agricoltori-soldato), spingendo gli ex-proprietari verso la povertà e il degrado e quindi rendendoli soggetti ai capricci dei vari generali, come poi è stato. Ma avrebbe anche messo in crisi il profondo legame tra cittadino e Repubblica, portando infine alla distruzione e degradazione della stessa nella formazione di una forma “imperiale” e anti-popolare.
Questa visione è oggi tremendamente di attualità, oggi siamo difronte ai medesimi rischi: abbiamo un assedio alla piccola proprietà e alle piccole attività. Un assedio messo in atto da quelli che gli americani chiamano “Trust” e che noi chiamiamo grandi industrie o multinazionali, attraverso l’utilizzo della manodopera schiavile dei nostri tempi: gli immigrati.
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L’immigrazione è alla radice del degrado economico che stiamo attraversando, perché è uno dei fattori che rende anti-economiche le piccolissime imprese familiari.
E qui veniamo alla fandonia delle “liberalizzazioni” e ai motivi per i quali siamo, non contrari, ma ferocemente ostili: come mai i grandi giornali, la Confindustria e i banchieri sono tutti favorevoli alle liberalizzazioni? E’ ovvio che pensano di trarne vantaggi.
Noi siamo invece per il “comunitarismo”, dove la piccola impresa viene protetta. Quindi non siamo contrari agli “ordini” e alle “corporazioni”, che in alcuni mestieri possono essere una garanzia di qualità, rispetto alla giungla selvaggia del “tutti fanno tutto”. Significa che il negoziante quando apre una attività deve avere la garanzia di non vederne sorgere altre tre identiche a un metro di distanza, altrimenti non investirà e la concorrenza porterà al degrado della qualità del servizio e non, come dicono i liberisti, alla diminuzione dei costi per i cittadini.
La soluzione non è, liberalizzare. La soluzione è, permettere una “concorrenza protetta”, ovvero la possibilità di aprire nuove attività, ma con quote annuali dipendenti dalla condizione economica.
Quando si leggono articoli di giornalisti (loro si una casta, come i Notai) che puntano il dito contro le “lobby dei tassisti e dei farmacisti”, viene da ridere, perché la soluzione è permettere nuove licenze e nuove aperture, mentre loro, i giornalisti a stipendio di banche ed industriali (mai dimenticarlo quando si legge, ogni cosa che scrivono ha un retroterra di interessi che devono portare avanti) vorrebbero il “modello americano”. Cosa accadrebbe con il loro modello? Ecco cosa: mettiamo che da domani le licenze dei taxi venissero liberalizzate come negli Usa. Questo permetterebbe ad una multinazionale di acquistare cento auto, scriverci sopra “taxi” e farle guidare, come accade in America, da immigrati a basso costo: sparirebbe la categoria del “tassista piccolo imprenditore” sostituita da quella del “tassista pakistano”. Naturalmente l’ex-tassista andrebbe ad ingrossare le fila dei disoccupati o dei quasi-poveri.
La nostra soluzione è invece, togliere l’accise della benzina per i taxi e aumentare le licenze da concedere a giovani italiani, fino a trovare un giusto equilibrio qualità-prezzo.
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E cosa accadrebbe con le farmacie, se venissero “liberalizzate”? I farmaci, anche quelli più pericolosi, verrebbero venduti, come negli Usa, ovunque, Coop in prima fila. Perché liberalizzare significa essenzialmente rendere possibile al Grande Capitale, concentrare tutte quelle attività che oggi sono diffuse. Questo, dicono i “favorevoli”, porta all’abbassamento dei costi per i consumatori: la risposta, è che questo è solo un primo effetto illusorio, perché il danno che causa al tessuto sociale con la scomparsa dei piccoli imprenditori, che poi sono anche coloro che consumano, è molto più alta dei risibili e solo iniziali, benefici che porta. Perché una volta “eliminata” la concorrenza dei piccoli, e concentrata la distribuzione, i costi tornerebbero a salire.
E nelle “liberalizzazioni” abbiamo la temibile saldatura “marxismo-liberismo”, entrambi puntano alla scomparsa della classe media e alla concentrazione della ricchezza in una minuscola oligarchia: politica i primi, economica i secondi. I due sistemi hanno deciso di non farsi più la guerra, ma di “spartirsi” la torta, di abbattere l’identitarismo attraverso la distruzione del tessuto sociale della piccola impresa.
Il futuro che vogliono è quindi, un’oligarchia bicefala. Detto rozzamente: da una parte le Coop, e dall’altra Confindustria. Due grandi Trust che dominino su un tessuto sociale desertificato e fatto solo di una massa indistinguibile di consumatori che ingoiano notizie come ingoiano prodotti alimentari.
E per fare questo, devono “liberalizzare”.