La morte della Democrazia: non vota più nessuno

E alla fine non vota più nessuno, e le cosiddette cariche istituzionali perdono legittimità.

E’ il fallimento della democrazia rappresentativa, è il tramonto di un modello nel quale il potere viene delegato dal popolo ai propri rappresentanti. L’esperimento, durato in Italia nella sua forma moderna mezzo secolo, è fallito.

Che legittimità a governare può avere, il Sindaco di Genova, eletto con il 60% del 51% dell’elettorato che ha partecipato al voto. Ovvero rappresentando meno del 30% dei potenziali elettori genovesi? Nessuna.

E non è che un esempio che potremmo ampliare a quasi tutte le cosiddette “sfide” amministrative[nbnote ]A Palermo il Sindaco è eletto con il 70% del 40% dei votanti, ovvero rappesenta meno del 30% degli elettori. A Parma il grillino arriva a rappresentare poco più del 40%.[/nbnote]: le elezioni stanno divenendo sempre più , “cosa loro”. Un happening mediatico a cui partecipa, con interesse autoreferenziale, un esercito (migliaia) di professionisti politici e di giornalisti. Intanto i cittadini risultano sempre più estranei al processo democratico.

E all’origine di questo “stato delle cose”, alla radice del “degrado democratico” è lo iato sempre più ampio tra la volontà espressa e quella messa in pratica dai “delegati”. Questo è un fenomeno diffuso, non solo italiano; anzi, in Italia dove la partecipazione è più forte rispetto al resto d’Occidente, è un fenomeno giunto in ritardo: negli Usa partecipa alle processo elettorale meno della metà della popolazione, e così in Gb[nbnote ]Non è una novità per il mondo anglosassone, dove dietro una parvenza di democrazi, si nascondono molti sistemi che limitano la partecipazione a livello decisionale.[/nbnote]. Ma è un fenomeno che declina la fine di un’epoca, è il fronte della tempesta che s’avvicina: la democrazia rappresentativa è morta, cosa verrà dopo, dipende da noi.

A noi la democrazia rappresentativa, che consideriamo una “democrazia minore”, non mancherà. Chiunque abbia una minima capacità razionale non tarda ad individuare in questa forma di governo, una “mediazione” tra volontà popolare e controllo dell’establishment: il popolo, “immaturo” per prendere decisioni “dirette”,  è costretto a prenderle attraverso dei “delegati”, a scegliere i propri rappresentanti che poi ne interpretano la volontà scaturita dalle urne.  Ma questo processo è imperfetto, lo schermo tra “popolo” e “potere”, esercitato dai partiti, è ormai divenuto un muro, la volontà applicata è sempre più l’ombra confusa di quella espressa elettoralmente.

Questo non solo per colpa dei politici,  perché l’imperfezione è insita nel meccanismo stesso di democrazia indiretta: si scelgono dei rappresentanti che riteniamo più “vicini” al nostro concetto di società. Ma è impossibile, o quasi, eleggere chi possa rappresentare le nostre idee nella complessità del processo decisionale: se Federica è a favore del nucleare e per l’acqua pubblica, e abbiamo il Partito A contro il nucleare e a favore dell’acqua pubblica mentre il Partito B a favore del nucleare e contro l’acqua pubblica, ecco che il processo di rappresentanza risulta imperfetto, perché l’elettore non potrà mai votare un partito che ne rispecchi la propria volontà nei differenti aspetti sociali. Questo è il peccato originale della democrazia rappresentativa, non riuscire, anche quando vi fossero politici totalmente rispettosi del programma elettorale, ad esprimere l’esatta volontà del “sovrano”.

L’unica forma costituzionale capace di intercettare il volere popolare, è la “democrazia diretta”: il sovrano vota i singoli provvedimenti, e la classe politica diviene una mera esecutrice degli stessi. Non nascondiamo vi siano difficoltà insite anche in questo sistema, ma è l’unica “democrazia” degna di questo nome, le altre sono  solo feticci e abbozzi malformi di quella democrazia della quale un giorno Pericle ebbe a dire:

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così.

Oggi, in Italia e in tutto l’Occidente, non facciamo così.

 

Conquista, trionfa. Basta leggere questo titolo di un giornale on-line, per rendersi conto di come ormai la politica e le elezioni siano concepite, non, come servizio alla polis, ma come “sfida” e battaglia sportiva. Come scontro agonistico e come fine ultimo, non come mezzo per governare e cambiare le cose. L’obiettivo è la vittoria elettorale delle cose da fare non frega nulla a nessuno.

 

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