Tibet: darsi fuoco contro l’immigrazione

Tre tibetani si sono dati fuoco nella provincia cinese del Sichuan per protestare contro l’occupazione e l’immigrazione cinese in Tibet e per chiedere il ritorno del Dalai Lama. Uno di loro è morto, mentre gli altri due, di 30 e 60 anni anni, versano in condizioni disperate. Lo riferiscono l’Associazione Free Tibet e Radio Free Asia, emittente con base negli Stati Uniti. L’immolazione è avvenuta a Phuhu, a 145 km da Seda, dove sono stati uccisi almeno tre tibetani delle forze dell’ordine cinesi.[nbnote ]http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Esteri/Tibet-immolano-col-fuoco-uno-muore/04-02-2012/1-A_000212652.shtml[/nbnote]

Mentre tutti i media di regime sono impegnati nella politica di destabilizzazione dei tiranni arabi, un popolo, quello Tibetano, sta scomparendo fagocitato dal continuo flusso di immigrati cinesi nella propria terra (ricorda qualcosa?).
Mentre la Culona, in viaggio d’affari a Pechino per portare avanti i loschi interscambi commerciali sino-tedeschi che stanno mettendo in ginocchio tutta l’Europa tranne la Germania, stringe mani sporche di sangue, i Tibetani lottano per la sopravvivenza di una cultura millenaria.
Viviamo l’epoca più ipocrita che mai sia sorta sulla Terra, è un continuo rovesciare buonismo a buon mercato, un vomitare ininterrotto di melassa sull’accoglienza e di propaganda sull’esportazione della democrazia. Ma è solo finzione. E’ solo la maschera di interessi nascosti, non i nostri.
I dittatori del passato avevano almeno la “virilità”, di chiamare le cose con il loro nome: la guerra era guerra, oggi è “operazione di pace”; l’invasione era invasione, oggi è “esportare la democrazia”; non si fingeva di agire in nome di “valori superiori”.
La modernità ha corrotto anche la “forma”, che si è degradata a finzione meschina della realtà.

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