Società multietnica danneggia la creatività: soprattutto negli ‘antirazzisti’

Roy YJ. Chua, della Harvard Business School, è uno dei pochi accademici a produrre seri studi sull’argomento della multiculturalità e della diversità etnica o razziale nella società.

In un suo articolo apparso nel numero corrente della Academy of Management Journal – “The Costs of Ambient Cultural Disharmony: Indirect Intercultural Conflict in Social Environment Undermine Creativity” – mette in evidenza la difficoltà – e quindi i costi sociali ed economici – di convincere persone di diverse nazionalità e background culturali a co-operare.

Nella migliore delle ipotesi, la differente cultura è in grado di produrre “ansia interculturale”, nel peggiore dei casi il conflitto è totale. i fanatici della multiculturalità ritengono che la ‘diversità’ può produrre creatività, il problema è che produce attrito. E allora la questione è: la creatività è tale da valere il conflitto che genera?

Noi sappiamo già che le società multietniche tendono alla disgregazione, e sappiamo anche dagli studi di Pinker, come questo tipo di società siano sfilacciate e disordinate. Invivibili a livello comunitario.

Ora, Chua sostiene che la creatività in contesti multiculturali è altamente vulnerabile a ciò che egli chiama “disarmonia culturale ambientale”. La tensione tra le persone su questioni culturali, inquina l’ambiente, lo rende ‘disarmonico’, e quindi, finisce per ridurre la “creatività multiculturale”, cioè la capacità delle persone di vedere non ovvie connessioni tra le idee di diverse culture. In poche parole: il conflitto.

E attenzione, Chua dice anche che questa “disarmonia culturale” ha il suo impatto più forte sulle persone che si considerano come ‘aperte’. Perché le persone dalla mentalità meno aperta si aspettano le tensioni culturali. Mentre le persone dalla mentalità aperta – potremmo dire xenofile – vivono di teoria e non si aspettano tensioni, finendo così, per reagire ad esse con più forza. Ironicamente, gli studi di Chua hanno scoperto che le uniche persone che non sono colpite a livello di creatività dai conflitti culturali, sono proprio quelle meno aperte, diciamo pure i ‘razzisti’. Affascinante.

Ha provato questa tesi in tre studi.

In tutti e tre gli studi, i soggetti che avevano una maggiore esperienza di un ambiente di lavoro con una disarmonia culturale – ambiente di lavoro multietnico – sono risultate meno creative.

Ma pensa.

8 Comments

    • admin
      admin gennaio 25, 2014 12:21 am  Rispondi

      E’ spazzatura, scientificamente demenziale.

    • Werner gennaio 30, 2014 6:52 pm  Rispondi

      Ammeticciamento sì, ma tra diverse popolazioni di origini indeuropee, celtiche e slave, non di negroidi schifosi.

  1. arden gennaio 27, 2014 5:03 pm  Rispondi

    E che dire dell’altra ‘scientifica’ panzana apparsa ieri su ‘Lettura’, l’inserto ‘culturale’ (figurarsi!) del Corsera? I Vikinghi non erano un’etnia! Ah, no? E cosìerano, un club o una consorteria di pirati? vabbe’, fosse pure. ma erano, per caso, multirazziali? Meticciati? Rigurgitavano, drakker e snekkar, di maghrebini, congolesi, indiani, cinesi venuti fin lassù per potere razziare e saccheggiare perché nelle loro terre mancava lavoro, c’erano guerre, la miseria che c’è anche oggi? Quindi, i Vikinghi non erano nordici, non erano bianchi, biondo il crine e cerulei gli occhi? Ma si rendono conto delle assurdità che scrivono per non fare sentire fuori posto i ‘poveri’ immigrati che stanno colonizzando la Scandinavia, cancellando l’identità culturale e demografico-razziale di quell’area? Capite a qual ‘nobile’ fine la colossale montagna di menzogne sotto cui seppellire, con i popoli, la verità storica?

    • admin
      admin gennaio 27, 2014 6:37 pm  Rispondi

      E cos’erano, secondo Lettura?

  2. arden gennaio 27, 2014 8:27 pm  Rispondi

    Non posso riportarle i termini del discorso in modo letterale perché ho cestinato il giornale, come mi capita di fare spesso con quella che mi sembra carta straccia, dato che il livello complessivo è chiacchiericcio inconcludente a fini di promozione editoriale, ma con al centro le mitologie del Pensiero Unico. Comunque, la tesi non differiva da quello che si legge sui manuali scolastici quando descrivono le popolazione barbariche come crogioli multietnici, melting potr ante-litteram: ne facevano parte tutti quellio che ci stavano, come federati, alleati, sudditi o schiavi. Guardandosi bene dal precisare che erano gruppi omogenei sotto il profilo razziale. E questo valeva anche per i Vikinghi. erano dscrittti non come popolo con caratteristiche antropiche e antropologiche omogenee, ma come una accozzaglia di marinai e predatori, senza specificare se, accogliendo nelle loro file genti dei luoghi che avevano assaltato (come avvenuto con irlandesi e inglesi con cui si erano mescolati stabilendosi in quelle terre o deportandovi donne) o avevano incontrato nelle loro migrazioni, avevano o no caratteristiche comuni.

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