Guglielmo II, Imperatore e Re. In memoriam.

Kaiser

Accadde oggi, 75 anni fa. L’Europa era in fiamme per un’altra guerra, Barbarossa stava per scatenarsi ad est, tutti ormai, persino in Patria, ormai in ben altre cure risucchiati, l’avevano dimenticato, un vecchio sepolto fra i ricordi di un tempo che pareva più vecchio di quello delle piramidi, tempo di aristocratici al gran ballo, di corti principesche, di sovrani imparentati fra di loro che si davano del tu in inglese o francese, di diplomatici in cappello a cilindro e signore dai cappelli ampi come vele al vento.

In una anonima cittadina olandese, Doorn, lui, Guglielmo II, ultimo re di Prussia e imperatore di Germania, moriva a 82 anni dopo 22 anni di esilio.

22 anni che erano passati come secoli, su di lui, che allora, quando lasciò la sua Germania su di un’automobile, consegnando la propria spada di imperatore all’attonita guardia di frontiera olandese, era l’uomo più odiato al mondo. L’imperialista, il guerrafondaio, il maniaco intossicato dal potere, il genocida, il tiranno, il responsabile primo e unico della guerra mondiale. Le rotative di tre continenti erano ancora dei vulcani in eruzione, trattandosi di descriverne il profilo con tutta la potenza dell’orrore e della riprovazione. L’11 Novembre 1918, due giorni dopo la sua abdicazione, la Libertà aveva vinto contro la Schiavitù, i Popoli Democratici contro gli Unni feroci e assetati di sangue. I suoi alleati erano tutti caduti, alcuni già scomparsi persino dalle carte, il suo Impero ridotto a terra di conquista per i vicini e, all’interno, palcoscenico per regolamento di conti fra bande ansiose di una qualche rivoluzione. Ma la vergogna della corona nel fango, della cacciata dalla Patria, della calunnia, non bastava ancora ai vincitori: no, il Colpevole doveva pagare di persona. “Impiccheremo il Kaiser come un ladro, e frugheremo nelle tasche di ciascun tedesco per ripagarci dei danni”, prometteva Lloyd George, in quello che difficilmente poteva passare per aplomb britannico. Detto fatto, i vincitori ne richiesero l’estradizione all’Olanda, come per un delinquente comune. La piccola monarchia sul Reno, incredibilmente, li affrontò con fierezza, rifiutando seccamente. Troppo occupati ad annettersi province dalla Vistola a Samoa, gli apostoli della nuova era di libertà decisero che il gioco non valeva la candela, e lasciarono solo, finalmente, quello che, ormai, era rimasto un uomo, invalido, inerme e inascoltato nella sua stessa Patria. Triste sorte di uno dei sovrani più potenti del mondo, per trent’anni al centro della politica globale.

Piace poter ricordare alcuni episodi che lo videro rivelare, agli occhi del mondo, il suo carattere più vero.

All’inizio del suo regno, nel 1890, ebbe un violento diverbio col suo Cancelliere, nientemeno che Otto von Bismarck, il quale sosteneva l’opportunità di prolungare le restrizioni ai movimenti socialisti e sindacali anche a costo di impiegare la forza nelle piazze. Il giovane Sovrano rifiutò veementemente, replicando che “non avrebbe voluto macchiarsi del sangue dei suoi sudditi proprio nei primi anni di regno”. Come conclusione, Bismarck si dimise. A tal punto l’Imperatore era un reazionario bieco e autoritario.

Per due volte, nel 1905 e 1911, difese l’indipendenza del Marocco, oggetto delle mire coloniali francesi, la prima volta recandosi di persona a Tangeri: forse caso unico di potenza europea che arrivò a rischiare la guerra con un vicino per difendere l’indipendenza di un Paese africano su cui non pretendeva compensi. Questo per l’imperialismo del Kaiser Guglielmo.

Nel 1911, la Seconda Spedizione Polare Tedesca partiva alla volta dell’Antartide, capitanata da Wilhelm Filchner. L’obbiettivo era di accertare l’esistenza di un canale fra i mari di Ross e di Weddel. Il canale non fu trovato (perché non c’era), ma la spedizione ebbe il tempo di rimanere intrappolata fra i ghiacci, e, nei lunghi mesi prima del disgelo, di scoprire una nuova banchisa del continente, ribattezzandola “Barriera del Kaiser Guglielmo”. Al ritorno in Patria, il sovrano insistette perché la essa fosse ribattezzata in onore dello stesso Filchner, dato che ne era stato lo scopritore. Questo per il Guglielmo megalomane e assetato di grandezza (non conosco altri esempi di sovrani che rinunciano ad eternare il proprio nome a favore di un suddito). Per il guerrafondaio, invece, si consideri quanto segue.

Con “Crisi di Luglio” si intendono i drammatici e convulsi giorni fra l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sophie a Sarajevo, il 28 Giugno 1914, e le dichiarazioni di guerra che diedero inizio al conflitto mondiale dei primi di Agosto. Il Kaiser era tanto poco intenzionato ad iniziare un conflitto che, mentre l’Austria inviava il celebre ultimatum alla Serbia, si trovava in crociera nel Mar di Norvegia, crociera che dovette interrompere a causa del precipitare degli eventi. Rientrato a Berlino, fece una sonora lavata di capo al proprio Cancelliere, Bethmann-Hollweg per aver incoraggiato l’Austria ad un simile atto, il qual cancelliere, per parte sua, lo tenne all’oscuro degli ulteriori sviluppi (ad esempio Guglielmo seppe della mobilitazione generale austriaca solo dopo che era stata già dichiarata). Dopo la dichiarazione di guerra alla Serbia, chiese all’alleato di “fermarsi a Belgrado”. Quando fu chiaro che la Russia stava per venire coinvolta, si spese in una serie di celebri telegrammi allo zar Nicola (suo cugino) con cui tentò almeno di evitare la guerra fra i loro Paesi. E, quando, nonostante tutto, anche la Russia iniziò a mobilitare, si rivolse per un’estrema mediazione a…Giorgio V, re d’Inghilterra. Provocò persino un crollo nervoso nel proprio Capo di Stato Maggiore, il conte von Moltke, costringendolo a fermare ogni azione ad Occidente per poter, almeno, limitare il conflitto all’Europa Orientale.

Infine, un episodio sconosciuto ai più, che lo stesso Kaiser tralasciò di menzionare nelle sue memorie: il 30 Maggio 1916, in piena guerra, a Elbing, mentre si recava ad una visita ai cantieri navali Schichau-Werke, fermò un’auto pubblica per farsi portare a destinazione. Lungo il tragitto, si intrattenne a chiacchierare con comuni cittadini e operai. A fine corsa, diede di persona una mancia di 10 marchi al conducente. E basti questo per l’altezzoso e arrogante sovrano assoluto.

Quando, ai suoi funerali, il feretro venne chiuso, forse solo qualche vecchio compagno d’armi, magari von Mackensen, che partecipò nell’uniforme nera degli Ussari col lugubre e piratesco teschio e tibie incrociate sul colbacco, comprese cosa davvero fosse finito per sempre nella storia tedesca ed europea. Era finito l’Impero, quell’Impero che ancora conservava nomi e simboli vecchi di mille anni, quando un altro uomo, vittorioso e trionfante, era stato acclamato Sacro Romano Imperatore sul campo di Lechfeld coperto di ferro e di sangue. Finita per sempre l’epoca della nobiltà, degli ideali di cavalleria, lealtà e onore. Cancellata e relegata alle pagine di Storia (quella Storia che, nelle lingue anglosassoni, è termine dispregiativo per tutto ciò che è passato, morto, quindi inutile e d’impaccio) la Prussia, ultimo Stato guerriero aristocratico, con la sua etica di disciplina, abnegazione e fedeltà.

75 anni fa tutto questo morì insieme a Guglielmo II, re di Prussia, imperatore di Germania.

Ed io lo voglio così ricordare in nome della Tradizione Europea, ormai quasi del tutto sommersa nell’epoca del denaro, della demagogia e del livellamento verso il volgare, il plebeo e l’ottuso.

Heil dir in Siegerkranz! Herrscher des Vaterlands! Heil, Kaiser, dir.

German_emperor_Wilhelm_II


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