EreticaMente intervista Franco Giorgio Freda – A cura di Maurizio Rossi e Luca Valentini

12227667_10153323696247428_4138908105152651187_n

 

In oltre cinquant’anni di milizia editoriale – le Edizioni di Ar nacquero nel 1964 – è stata da lei svolta un’opera di pedagogia politico/culturale destinata, come lei stesso volle precisare, a guidare le persuasioni, tonificare le inclinazioni, radicare i convincimenti, fissare i consensi. Oltre che a custodire e a riproporre idee, miti e simboli. Quale bilancio si sente adesso di poter trarre?

Vi ringrazio, ma non sono un contabile. Quando parliamo di idee o ideologie o visioni del mondo non possiamo applicare le nozioni dell’economia e della finanza, non vi pare? La nostra idea del mondo si è sempre incarnata nella storia e sempre si incarnerà. L’operare retto mira a questo; non è una partita temporale di dare e avere.

In un suo celebre intervento, del 17 agosto del 1969 alla riunione del Comitato di Reggenza del Fronte Rivoluzionariodisintegrazione Europeo a Regensburg, da cui sorse il suo testo fondante “La disintegrazione del sistema”, lei evidenziò l’istaurarsi di una dittatura mercantilistica, che era in fase di attuazione in ogni ambito dell’esistenza nella società occidentale. Dopo quasi 50 anni dal quel discorso, ritiene che il processo catabasico sia in fase terminale o ci si deve aspettare ulteriori livelli di degenerazione?

Al peggio non c’è mai fine. Ma noi vogliamo il meglio. E vogliamo l’impossibile: trasformare il peggio in meglio.

La matrice del declino occidentale spesso è stata riferita ad una esclusiva dimensione economicistica o di costume. Non ritiene che, in connessione con quando scrisse Guènon in diverse occasioni, la natura dell’ultima fase del ciclo sia, al contrario, di profonda natura sottile e spirituale, essendo la dimensione economicistica di mero ausilio ad un processo ben più sotterraneo e pericoloso?

Certo, avete ragione, lo credo anch’io come lo credete voi, però permettetemi di ricordarvi che già i tempi di Platone erano tempi di decadenza. Ciononostante, Platone combatté contro la meschinità che aveva intorno attraverso le magistrali opere che ci ha lasciato e la sua esistenza. Quando divampa il fuoco, io cerco l’acqua per spegnerlo; non cerco gli incendiari.

In tale prospettiva, il superamento delle categorie politiche, espresso sempre in “La disintegrazione del sistema”, potrebbe essere traslato in una opposizione tra un conscio riferimento “resistenziale” ed un’alienata esistenza contemporanea, sulla scia della dicotomia espressa da Evola nell’introduzione di “Rivolta” tra ciò che è tradizionale e ciò che è anti-tradizionale, ma soprattutto analogamente alla dicotomia tra Risvegliati e Dormienti presente nei frammenti arcaici della dottrina delfica di un Eraclito?

Comprendo la vostra prospettiva, che è quella dei filosofi – e, mi auguro per voi, anche dei sofoi. Sono certo che voi comprenderete la prospettiva che assumo io, che è quella del miliziano. I tempi in cui è stata scritta la Disintegrazione erano tali per cui bastava una spallata energica e sarebbe crollato il castello di illusioni in cui ci troviamo imprigionati. Il fermento c’era. È mancata la sincerità, e da destra e da sinistra. È mancato il coraggio. Mancò la fortuna? Sì, si imboscò anche lei. E adesso lo vediamo il risultato: il marcio che è andato in metastasi, mentre continua il blablabla morale con cui i vigliacchi cercano di coprire la loro eterna vigliaccheria. Ma noi possiamo permetterci di dire che di chi ha costruito questo paesaggio (come, d’altronde, del pasticciaccio multietnico) non siamo complici.

Il radicalizzarsi della crisi, investendo tutti gli ambiti del vivere, può determinare, come reazione positiva, il recupero di una dimensione archetipale, specificatamente in relazione con quanto da Lei esplicitato nella sua lettura dello Stato Platonico, come radice metafisica della storia e dello spirito d’Occidente?

A proposito di risalite verso gli archetipi, permettetemi una piccola cattiveria: bisognerebbe decidersi a cavalcarle, le tigri, non a scavalcarle.

Sempre in “La disintegrazione del sistema”, dopo aver delineato la fisionomia del vero Stato organico come mitofreda 3 politico, principio ordinatore e realtà assoluta pro aeternitate, lei propose una severa “cura” disintossicante volta a isterilire definitivamente l’infezione borghese, plutocratica ed economicistica tramite la formula dello Stato popolare, applicando il seguente cànone: rigida saldezza nell’essenziale e massima elasticità sul piano funzionale. Adesso che i meccanismi globalizzanti della plutocrazia finanziaria hanno esteso a livello planetario quella dittatura capitalistica che lei aveva denunciato, ritiene che le premesse e le proposizioni di quella severa metodologia mantengano la loro intima validità?

Oggi più di ieri. Cambierei perfino il titolo di quello scritto in La disintossicazione del sistema. E quando, come adesso, non si può intervenire sulla dimensione materiale, per liberarsi delle contaminazioni la soluzione è leggere, studiare, perfezionarsi, prepararsi (a un retto agire).

Nel suo testo “Lo Stato secondo Giustizia”, viene posta la comprensione dell’aretè come alta valenza interiore del cittadino a fondamento dell’istituzione comunitaria, quale realizzazione naturale del singolo. Può la forma interna,platone ellenicamente intesa, scevra da ogni sovrastruttura di riferimento, ritornare ad essere il vettore primario di un nuovo percorso pedagogico e tradizionale?

Voi dite può, io rispondo: deve. A qualsiasi costo.

Nel mondo dell’uomo globalmente massificato, privato di ogni riferimento dall’Alto e di ogni radice identitaria, la riscoperta della Tradizione Classica, greco-romano germanica, per dirla alla Evola od alla Romualdi, scevra dai settarismi e dai formalismi che spesso si manifestano, ritiene possa essere, nella sua intima essenza, la stella polare che possa essere seguita da parte del soldato dell’Idea?

Non credo che quella greco-romano-germanica sia l’unica tradizione cui guardare. Non c’è anche la tradizione nipponica? Ovunque l’uomo abbia rinunciato a dire io c’è da imparare. E senza librarsi fino a certe altezze, se dovessi scegliere due considerazioni che valgano da stella polare, oggi, sarebbero queste, tratte dalla nostra raccolta di aforismi di Nicolás Gómez Dávila: “Nelle epoche senza stile l’unica opera d’arte è la nuda intelligenza” e “Cospirano efficacemente contro il mondo attuale soltanto coloro che diffondono in segreto l’ammirazione della bellezza”.

All’indomani del crollo del muro di Berlino, lei mise in guardia sul rischio della deformazione dell’anima etnica dei popoli europei, prefigurando gli scenari – quanto mai terribilmente attuali – di una invasione di genti straniere nelle nostre terre, affermando al contempo la necessità della resistenza etnica e dell’aderenza alla propria comunità tradizionale di sangue, di cultura e di storia per contrastare la globalizzazione dei costumi e dello spirito e la deriva della società multirazziale, subendo per questa sua presa di posizione un’ingiusta repressione politica e la reclusione. Quali consigli vorrebbe dare a quanti stanno abbracciando la causa identitaria, proprio partendo dalle sue analisi e proposizioni? E, soprattutto, sussistono ancora le condizioni e le possibilità per una controffensiva?

Occorre applicare il precetto ‘Né sperare né disperare, ma perseverare’ e, impiegando tutta la nostra volontà, che esprime la nostra libertà, porre con decisione e lucidità le condizioni per quella che lei chiama controffensiva. Che dovrebbe essere un capolavoro di intelligenza, magnanimità vera e tanto, tanto coraggio. Ma per questo bisogna contenere a tutti i costi l’entropia dell’individualismo, che minaccia ogni disegno politico. Il mio consiglio etico (e pragmatico)? Quello delfico: “Conosci te stesso”, cioè sappi quanto vali e riconosci chi vale più di te. (E non raccontarti bugie…)

Alcuni storici avevano già riconosciuto in Platone e in Nietzsche gli ispiratori delle rivoluzioni nazionalpopolari del secolo scorso, del Nazionalsocialismo in particolare; mentre in Evola hanno intravisto il “cattivo maestro” di alcune frange del radicalismo neofascista. Lei che è sempre stato un profondo e attento studioso del pensiero di Platone, di Evola e di Nietzsche, e di quest’ultimo sta curando una nuova traduzione delle opere con il testo originale tedesco a fronte, condivide quelle chiavi di lettura? Come interpreta il pensiero di questi giganti della filosofia europea? Potrebbero, ancora oggi, ispirare nuovi percorsi nel campo politico?

Si tratta di pensatori che hanno offerto ai loro tempi, riproponendole, le verità, che sono di ogni tempo, quindi sottratte al tempo. I principii, essendo intemporali, possono sempre incarnarsi in linee di azione.

Gli USA perseverano nella loro opera di destabilizzazione planetaria sia a livello militare sia sul piano economico, scatenando conflitti, alimentando un terrorismo jihadista costruito in laboratorio, diffondendo perversi costumi e degradanti mentalità come il genderismo, sempre al fianco dell’alleato sionista. Sembra, invece, che la Russia voglia riacquisire un ruolo geopolitico da superpotenza in contrapposizione agli USA, anche contestando i valori fondanti dell’emisfero americano-sionista. Come giudica questi nuovi scenari internazionali? Potrebbe la Russia di Putin andare incontro agli interessi dell’Europa?

La Russia, oggi, è l’unico stato in grado di custodire gli interessi delle terre europee. Ma non sono d’accordo con la vostra valutazione che l’offensiva islamica sia costruita in laboratorio. L’offensiva islamica c’è sempre stata, da quando è sorto l’Islam – e, seguendo il ritmo naturale in ogni forma vitale (quindi anche nella guerra, che è la forma vitale per eccellenza), ha conosciuto fasi di attacco, di arresto, di ripresa. Così come non concordo a proposito della volontà degli americani di alimentare la degenerazione. In loro non c’è consapevolezza: gli americani sono quello, dei degenerati, sono le escrescenze dell’Europa. Ma di fronte all’Islam ricordiamoci che noi siamo, purtroppo, occidente, che siamo pure i sobborghi dell’occidente, che siamo america. Non facciamoci velare gli occhi dalla disperazione di una guerra persa (e di una vendetta mai consumata).

fonte: Ereticamente.net

link: http://www.ereticamente.net/2015/11/ereticamente-intervista-franco-giorgio-freda-a-cura-di-maurizio-rossi-e-luca-valentini.html


1 comment

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *