Perchè gli Africani sono meno intelligenti

Quando qualche anno fa il padre del DNA, il nobel Watson, disse ció che tutti sanno, ma che nessuno che voglia apparire “educato” ama dire, i media di distrazione di massa scatenarono la canea bigotta della nuova inquisizione. Watson non abiuro’, come fece Galileo, disse di essere stato male interpretato e da allora ha evitato di affrontare temi “socialmente sensibili”.
Ovviamente nessuno, tanto meno gl esperti, mise in dubbio la sua asserzione, non avrebbero potuto davanti alla evidenza della realtà e alle tonnellate di dati raccolti, lo attaccarono invece sul piano etico. Come se vi fossero motivi etici per tacere realtà scientifiche.

Se invece usciamo dal piano puramente censorio per incamminarci su quello scientifico, vi sono due differenti approcci al tema dell’intelligenza.
Quello di chi lega le capacita intellettive all’eredita’ genetica di un individuo/gruppo e, quello, che ritiene l’intelligenza come frutto dell’apprendimento.
Mentre il primo campo non nega vi sia una ‘malleabilità’ nel cervello che consenta un miglioramento del QI , il secondo campo ritiene questa ‘malleabilità’ infinita, negando quindi, qualsiasi base genetica dell’intelligenza.
E’ facile confutare questa seconda ipotesi, non si capisce per quale motivo infatti, il cervello, a differenza di ogni altro organo, muscolo o parte del corpo, dovrebbe essere totalmente indipendente dalla materia e infinitamente estensibile. In realta’, come in ogni altro organo, vi e’ una base genetica che ne definisce le parti essenziali e ne determina il funzionamento (e la capacita’) generale. E’ certamente vero che due individui vissuti in ambienti differenti e in condizioni socio-economiche diverse finiscono per rispondere a stimoli che determinano in modo ineguale le capacita’ intellettive dei due; ma e’ altrettanto vero che, due individui diversi che vivono in un ambiente identico non sviluppano un’identica intelligenza. Vi e’, in sostanza, una base genetica dll’intelligenza che non e’ coercibile, si puó plasmare, migliorare o atrofizzare, ma non sconvolgere.
E questo e’vero per ogni ambito umano: pensate che un bambino affetto da nanismo possa divenire un giocatore di basket solo perche’ cresciuto nella famiglia Meneghin? Ovviamente no. ci sono fattori genetici dai Urali non si puó prescindere. E sono questi, insieme, ovviamente, a fattori ambientali a decretare chi siamo.
Allora non si capisce perche’ tutto questo non debba essere serenamente accettato quando si parla di intelligenza, e si cerchi invece di arrampicarsi su scivolosi specchi, tentando di pensare al cervello non, come entità’ fisica tra le altre, ma in termini quasi ‘incorporerei’.
Questo e’ ovviamente comprensibile, l’intlligenza e’ l’aspetto decisivo che differenzia l’Homo Sapiens dalle altre specie animali, e definire una gerarchia razziale terrorizza gli antirazzisti.
Non di meno, questa e’ la realtà . Ed e’ con la realtà che dobbiamo avere a che fare, non con la fantasia.

In questo contesto, appurato che vi e’ una differenza, anzi, un abisso intellettivo tra noi e gli Africani, resta da fare luce sui motivi di questa differenza. Sul perche’, in termini evolutivi, gli Africani non abbiano raggiunto uno sviluppo intellettivo simile al nostro e a quello delle popolazioni asiatiche.

Un’ipotesi interessante arriva dall’antropologoGreg Cochran

In sostanza, si e’ scoperto che le popolazioni africane hanno accumulata una quantità di mutazioni genetiche, molto superiore a quella del resto della popolazione mondiale.

Diverse ricerche recenti hanno scoperto come ci siano variazioni geografiche nel “carico mutazionale”, ovvero come popolazioni differenti abbiano una quantita’ di mutazioni genetiche diverse. Dan MacArthur e il suo gruppo di ricercatori hanno studiato un sottoinsieme di queste mutazioni, le cosiddette LOF-mutatazioni, ovvero quelle mutazioni che eliminano del tutto o in parte, la funzione del gene interessato.

Alcune delle mutazioni LOF che vengono individuate sono comuni, e sono presumibilmente neutrali, in pochissimi casi forse anche vantaggiose, ma la maggior parte sono rare e deleterie.
Quello che i ricercatori hano scoperto analizzando i gruppi di riferimento e’ che, queste mutazioni sono significativamente più frequenti nel loro campione di popolazione africana che nei loro campioni europei e dell’Est asiatico – 25% in più. E’ stata una scoperta inaspettata. La Storia genetica della popolazione (e quindi il tasso di mutazione) determinano la variazione che ci si aspetta di trovare nei geni neutri(quelli senza effetti) ma le mutazioni deleterie dovrebbero essere mantenute in equilibrio dalla selezione, ovvero, essere spazzate via come ‘inadatte’. Detto rozzamente, i portatori di queste mutazioni non dovrebbero riuscire a riprodursi in modo tale da perpetuare queste mutazioni deleterie.
In teoria, si pensava che una variante neutra potesse facilmente durare un milione di anni, ma che una variante deleteria, durasse in media, 1 / s generazioni, dove s è la diminuzione della loro idoneità causato da tale variante. Una mutazione che diminuisce la “qualità” genetica dell’1% dovrebbe scomparire in 100 generazioni o giù di lì, circa 2500 anni. Questo non e’ accaduto nelle popolazioni africane.

Teniamo intanto in mente questo dato: gli Africani hanno una frequenza di mutazioni genetiche deleterie che e’ superiore del 25% rispetto alle popolazioni europee e asiatiche.

Questo risultato e’ stato replicato in un’altra ricerca:

Un altro studio correlato, di Jacob Tenessen et al, ha analizzato un ampio set di geni codificanti(ovvero tutto il DNA che viene trascritto o espresso tramite RNA) con un’elevata precisione. Come nel caso di MacArthur hanno scoperto che la persona media conserva molte mutazioni, probabilmente, mutazioni deleterie che sono singolarmente rare. Ogni persona porta, in media, mutazioni che dovrebbero cambiare funzione ai geni(quasi sempre per il peggio, anche se di solito solo un po’ in peggio) in 313 geni sui 15.585 analizzati.

Poi, analizzando afro-americani e americani di discendenza europea in modo distinto(circa un migliaio per ciascun campione), hanno scoperto che negli afro rispetto ai bianchi, sono presenti circa il 20% in più di queste mutazioni “piuttosto deleterie” e una frazione di geni molto deleteri superiore di circa il 29%.

Questo eccesso di mutazioni nella popolazione africana è simile in tutte le categorie che sono state esaminate, sia neutre che deleterie.
E se, nel caso delle varianti più neutre, queste potrebbero essere una conseguenza della storia della popolazione (la dimensione della popolazione generalmente più grandi la maggior parte delle ultime decine di migliaia di anni). Ma questo tipo di storia antica popolazione non può importare molto quando si parla di mutazioni che abbassano l’idoneità genetica dell’1% o più.

Quindi, si chiede Cochran, come mai questo accade? L’unica spiegazione semplice è un tasso di mutazione superiore tra le popolazioni africane.
Ed e’ questa eccessiva frequenza nelle mutazioni genetiche dannose, alcune delle quali controllano l’espressione genica dell’intelligenza, che puo’ spiegare come mai gli Africani sono meno intelligenti di noi.


7 Comments

  1. Paolo agosto 20, 2012 5:26 pm  Rispondi

    sinceramente l’avevo immaginato, tant è che gli stessi test di inteligenza fatti dagli americani evidenziano dei risultati nettamente inferiori per gli afro americani…..poi se a dirlo è watson un luminare della genetica c è poco da sorprendersi

    • Domizia Lanzetta ottobre 15, 2012 12:35 pm  Rispondi

      Tuttavia la civiltà Egizia,una delle più splendide dell’umanità,si sviluppò in Africa.

      • admin
        admin ottobre 15, 2012 2:49 pm  Rispondi

        Senza dubbio, ma non erano Africani nel senso che intendiamo oggi. Tutto il nordafrica era, fino al tempo dei Romani, abitato da popolazioni bianche dello stesso ceppo di quelle europee. Non a caso, quella zona era definita dai Romani “Africa bianca”. Poi, dopo le conquiste arabe hanno subito una fase di imbastardimento, lo stesso al quale siamo destinati noi se non blocchiamo l’immigrazione. Quando si parla di “Africani”, si intende sostanzialmente i Sub-sahariani, che sono altra cosa rispetto ai nordafricani, i quali sono bianchi “imbastarditi”.

      • Michele giugno 9, 2018 12:24 pm  Rispondi

        CHE RISPOSTA DA TOTALE IGNORANTE….
        GLI EGIZI NON ERANO NEGRI, IDIOTA!!!

  2. Franco maggio 8, 2018 10:27 am  Rispondi

    Se prendiamo i test per l’intelligenza in Italia nei primi anni del 1900 fatta 100 la media abbiamo un dato riferito ad una popolazione ‘bianca’.
    Se prendiamo i medesimi test del 1900 e li diamo ai ragazzi attuali, i loro nipoti o pronipoti , con la stessa scala, i ragazzi attuali superano mediamente i 140, sono fuori scala. Discendono dai loro nonni, stesso DNA. Tutto qua. Il resto è ‘rubbish’, rubbish in, rubbish out. Il problema è culturale. I Positivisti (Lombroso) ed i neopositivisti (Nazisti, Americani, Cinesi ecc) sono scientifici come il mio volpino (rigorosamente di razza nostrana cioè identico ad una Volpe) fosse un problema genetico, ok risolto, ma è culturale. Per esempio, per me chi non lavora non deve mangiare. Qualunque DNA abbia. Ed amo Cottarelli, che di prepotenti fannulloni nè ha trovato a centinaia di migliaia.

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